Archivi categoria: Contributi

Periferie lontane. di Paolo Berdini

Le periferie lontane, e cioè la realizzazione di quartieri popolari a grande distanza dalla centro storico e dalle periferie ad esso adiacenti, è una tra le più vergognose eredità del fascismo. Fino agli anni ’30, infatti, le città si sviluppano per continui ampliamenti in adiacenza con la città preesistente, nel tentativo di risparmiare sulla realizzazione delle opere di urbanizzazione e integrare quartieri abitati da differenti classi sociali. Con il fascismo le tradizionali modalità di crescita della città vengono abbandonate. Costruire lontano dalla città esistente risponde a due obiettivi. Il primo economico, perché scegliendo terreni da destinare alla creazione di nuovi quartieri lontani dalla città si devono realizzare con i soldi pubblici tutte le urbanizzazioni necessarie ai collegamenti e ai servizi sociali, il che aumenta enormemente il valore dei terreni contenuti tra la città esistente e le nuove periferie. Un arricchimento vertiginoso a favore di quella proprietà fondiaria speculativa che era stata uno dei pilastri dell’affermazione del  fascismo.

Il secondo motivo riguarda la concezione sociale della cultura fascista. L’integrazione sociale non è più al centro degli interessi principali e si persegue anzi una spietata politica di allontanamento e segregazione della parte più povera della società. I nuovi quartieri che sorgono a partire dal 1930 sono in gran parte realizzati dall’Istituto per le case popolari ed ospitano sia le vittime della scellerata politica di sventramento delle città antica sia le famiglie a più basso reddito che non possono permettersi di pagare l’affitto di un alloggio privato.

Nel 1924 nasce il termine “borgata”, anche se nel 1921 il termine venne usato con aggettivo “giardino” per la nascita del quartiere della Garbatella. Borgata senza aggettivi viene utilizzato per la costruzione di Acilia, un luogo ancora segnato dalla malaria lontano 15 chilometri dal Campidoglio. Le condizioni di isolamento erano inimmaginabili, se si pensa che l’unico collegamento era rappresentato dalla via Ostiense: solo nel 1928 venne costruita la via del Mare, la prima “autostrada” urbana di Roma. Borgata, del resto è un dispregiativo di borgo, un pezzo di città nato in mezzo alla campagna circostante e privo di connotati urbani, dei servizi scolastici, del verde. Le abitazioni erano  costruite quasi sempre  con materiali scadenti ed avevano spesso i bagni in comune. Dei servizi sociali non c’era traccia, sostituiti dalle sedi della Polizia o della milizia fascista.

L’esperimento di Acilia diventa prassi usuale intorno agli anni ’30. Da un lato, con il nuovo piano regolatore del 1931 redatto dai più importanti architetti di regime  che sostituiva il piano approvato durante l’ esperienza della giunta laica di Ernesto Nathan, si rendevano legali molte lottizzazioni che erano nate in aperta campagna senza alcuna autorizzazione. Con la legalizzazione dei “nuclei edilizi” del 1931 inizia dunque la lunga strada del trionfo dell’abusivismo che dura ancora ai nostri giorni. D’altro canto, con la sistematica politica degli sventramenti e dei diradamenti  dei tessuti antichi della città, era indispensabile avere luoghi in cui trasferire in modo coatto le popolazioni cui venivano demolite le abitazioni.

Le prime tre borgate ufficiali che nascono intorno agli anni ’30 sono tutte localizzate nel quadrante est della città. Sono Prenestina; Gordiani, localizzata tra quest’ultima strada e la Casilina; San Basilio, a ridosso della via Tiburtina a 12 chilometri dal Campidoglio. Altre sette borgate vennero costruite tra il 1935 e il 1940, e cioè nel periodo più buio del regime fascista. Sono Primavalle nei pressi della via Boccea;  Val Melaina e Tufello nei pressi di via della Bufalotta;  Pietralata e Santa Maria del Soccorso lungo la via Tiburtina; Quarticciolo sulla Prenestina; Trullo vicino alla via Portuense.

Nel 1938, quando inizia la folle corsa all’armamento in vista della guerra a fianco del regime nazista, viene adottato un nuovo esperimento: lungo la via Prenestina, due chilometri dopo il raccordo anulare, viene realizzata la grande fabbrica d’armi Breda e a fianco il Villaggio di case popolari che prenderà lo stesso nome della famiglia di industriali.  Nel complesso,  migliaia di famiglie che vivevano nei luoghi storici della città e trovavano sostentamento con il lavoro artigiano o con il piccolo commercio dovettero così ricominciare da capo in un luogo inospitale, privo della ricchezza e delle relazioni umane costruite con fatica nel corso degli anni.

Sarà l’Italia repubblicana, uscita dal fascismo con una Costituzione che pone al primo posto i diritti fondamentali dei cittadini, a tentare di porre rimedio ai terribili danni provocati da quell’ideologia antipopolare. Nel 1950 i nuovi Istituti per le case popolari iniziano una sistematica azione di realizzazione di quartieri più umani e soprattutto di nuovi servizi sociali. A San Basilio, ad esempio, nel 1950 inizia la costruzione del  nuovo quartiere di alloggi pubblici  e la demolizione delle vergognose baracche costruite durante il fascismo.  Insieme alle abitazioni si costruiscono scuole e aree per il verde pubblico. Si mette in moto quella breve parentesi di storia delle nostre città in cui il riscatto dall’abbandono sociale sembra segnare un passaggio irreversibile.

Questa breve parentesi è ben rappresentata a San Basilio dalla significativa esperienza del quartiere Unrra-casas, e cioè le case popolari legate al piano di ricostruzione post bellica finanziato dal governo statunitense , che vengono costruite poco lontano dalla borgata preesistente.  Case a due piani con spazi di giardino privato che hanno il solo difetto di essere realizzate, ancora una volta, in un luogo isolato. Sarà solo dieci anni più tardi che l’istituto costruirà nuove abitazioni popolari che salderanno il vecchio San Basilio con il nuovo intervento Unrra.

Come si vede, un insieme di interventi slegati tra loro che non sono stati in grado proprio per questo vizio di origine di costruire una città che promuova la solidarietà e l’integrazione   sociale. Il decennio successivo fu segnato da profonde tensioni sociali, conseguenze inevitabili delle gravi condizioni di isolamento e ghettizzazione che la popolazione viveva. Ancora oggi la strada per costruire una città in grado di soddisfare i complessi bisogni dell’uomo è difficile ed irta di ostacoli. Primo tra tutti il rischio della scomparsa (o di una drastica attenuazione) delle conquiste ottenute tramite la resistenza urbana, frutto di decenni di lotte e di vertenze per il riscatto delle periferie.

Paolo Berdini